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Galli and Molin, 2007

Galli P., Molin D., 2007. Il terremoto del 1905 della Calabria Meridionale. Studio Analitico degli effetti ed ipotesi sismogenetiche. Prima edizione giugno 2008, 124 pp., seconda edizione novembre 2010, 112 pp, IlMioLibro.

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Abstract

Nella notte tra il 7 e l'8 settembre del 1905 un forte terremoto interessò gran parte dell'Italia meridionale, con danni estesi a quasi tutta la Calabria ed a parte del Messinese. La scossa principale fu accompagnata da un debole maremoto lungo le coste tirreniche calabresi e fu seguita da un periodo sismico composto da varie centinaia di eventi.

Anche se all'apparenza questo potrebbe sembrare solo l'ennesimo “flagello” di una terra già tante volte martoriata da simili disastri, di fatto esso è un evento “anomalo” nel contesto sismotettonico non solo della Calabria, ma dell'intera catena appenninica, specialmente se confrontato con gli altri grandi terremoti italiani che hanno arrecato vittime e distruzioni. Come si avrà modo di constatare, la grande energia liberata, la distribuzione irregolare degli effetti macrosismici e la sua posizione rispetto alla principale fascia sismogenetica dell'arco appenninico-calabro sono tutti elementi non consueti nel quadro delle conoscenze che si hanno sulla sismicità e sismogenesi della regione.

Innanzitutto, la sua magnitudo è forse la più grande mai registrata strumentalmente in Italia (Ml=7.9, Dunbar et al., 1992; Ms=7.47, Margottini et al., 1993; CPTI99), maggiore, per esempio, di quella calcolata per il catastrofico evento di Messina del 1908 (Ms=7.32, Margottini et al., 1993; CPTI99), che da solo mieté 80.000 vite, un'ecatombe a confronto delle poche centinaia del 1905.

Esso ebbe, poi, una vastissima distribuzione del danno, con intensità massime di X e X-XI grado MCS. La sua estensione è confrontabile solo con quella del terremoto del 1908, sebbene quest'ultimo si abbatté su un patrimonio edilizio già fortemente compromesso dai danni prodotti, e in parte solo provvisoriamente riattati, dallo stesso evento del 1905 e da altri precedenti, tra cui quello del 16 novembre 1894 (Io=VIII-IX), come già sottolineato da Baratta (1909).

Nel terremoto del 1905, alla vastità del danneggiamento, si sovrappone la complessa distribuzione degli effetti, in particolare nell'area mesosismica del Monte Poro. Infatti, diversamente da terremoti caratterizzati da energia anche minore (come quelli del 27 marzo 1638 e 5 febbraio 1783, entrambi con Mw=6.9), non si ebbero schiere contigue d'interi paesi rasi al suolo, ma, cosa ancor più anomala, nella supposta area epicentrale paesi distrutti si alternano ad altri con danni modesti (p.e., Zungri, X MCS a soli 4 km da Mesiano, VI-VII MCS).

Una così grande area di danneggiamento, unita alla distribuzione altalenante delle intensità, richiama alla mente un altro problematico terremoto del passato, quello del 20 febbraio del 1743. In quell'occasione, oltre alle coste albanesi e greche, fu duramente colpita la penisola Salentina, dove alcuni paesi furono pressoché distrutti, mentre altri, posti a pochi chilometri dai primi, risultarono solo lievemente danneggiati (p.e., Nardò, IX-X MCS, a 5 km da Galatone, VI-VII MCS). In questo caso, è stato dimostrato (Galli e Naso, 2007) che gli effetti più elevati di danneggiamento furono dovuti alla particolare conformazione geologica del sottosuolo di alcuni paesi del Salento, che produsse un'amplificazione notevole del moto sismico nel campo delle frequenze caratteristiche degli stessi edifici che crollarono (circa 3 Hz).

Per il terremoto del 1905, così come per quelli del 1743 e del 1908, a fronte dell'elevatissima energia associabile all'evento, non si segnalarono effetti di fagliazione di superficie. Ma se nel 1743 e nel 1908 le sorgenti sismogenetiche sono sicuramente ubicate a mare (nel plateau Salentino nel primo e nell’offshore tra Calabria meridionale e Sicilia orientale nel secondo), nel caso del terremoto del 1905 le evidenze di fagliazione non sarebbero certo passate inosservate nel caso l'area epicentrale fosse realmente stata quella del Monte Poro. A questo proposito, si ricorda che in occasione sia del terremoto del 9 giugno 1638, che di quelli del 5-7 Febbraio 1783 furono seguiti e descritti dettagliatamente per decine di chilometri effetti spettacolari di fagliazione di superficie, rispettivamente, attraverso la Sila ed ai piedi dell’Aspromonte e delle Serre (vedi relazioni dell'epoca in Galli e Bosi, 2002 e 2003).

Fu dunque anche il terremoto del 1905 generato a mare o troppo in profondità per dare evidenze chiare in superficie? Che ruolo ebbero gli effetti geologici locali nell'amplificazione dello scuotimento e quindi dell'attribuzione dell'intensità ai centri abitati?

A questi ed ad altri interrogativi si cercherà di dare risposta in questo studio, sintetizzando lo stato delle conoscenze sulla sismogenesi della regione ed interpretando i vari aspetti della distribuzione degli effetti del terremoto. A questo proposito, lo studio macrosismico dell'evento è stato effettuato tenendo conto delle fonti citate nei precedenti lavori ed utilizzando nuove fonti, prevalentemente inedite, recuperate soprattutto presso l'Archivio Centrale dello Stato di Roma, ma anche presso vari archivi della Calabria.

Dalle indagini svolte, emerge un quadro complessivo del terremoto percettibilmente differente da quello noto sino ad oggi, tanto da consentire di formulare un'ipotesi inedita relativamente alla sua possibile sorgente.

Nell'archivio c'è un terremoto da questo studio:In the archive there is one earthquake considered from this study:


   
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  DataDate    Area epicentraleEpicentral area    MDPs   Imax  EQ in
CPTI15
EQ in
CPTI15
Riferim. in
CPTI15
CPTI15
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1905 09 08 01 43Calabria meridionale  895  10-11